STOP and GO: La recessione da coronavirus e le prospettive di ripresa

STOP and GO: La recessione da coronavirus e le prospettive di ripresa

Il Centro Studi di Confindustria ha pubblicato un rapporto intitolato “Le previsioni per l’Italia. Quali condizioni per la tenuta ed il rilancio
dell’economia?” che tratteggia lo scenario economico prodotto dallo shock epidemico e indica possibili interventi per limitare il danno inflitto al sistema e per favorire una rapida ripresa.

Secondo gli Autori dello studio (Rapacciuolo e Pignatti), nell’ipotesi (ottimistica) che l’epidemia possa spegnersi entro la fine di giugno di quest’anno, è prevedibile una contrazione del PIL nazionale del 6,0%; si tratterebbe di una contrazione maggiore di quella del 2009; i consumi delle famiglie potrebbero ridursi del 6,8%.

Secondo gli Autori, ogni settimana ulteriore di stop alle attività produttive costerebbe un ulteriore 0,75% di riduzione del PIL.

Il report confindustriale sottolinea che si tratta di una crisi che riguarda sia l’offerta, dovuta alla paralisi del sistema produttivo, sia la domanda, che è crollata dall’interno e dall’estero.

Il protrarsi del congelamento del sistema economico potrebbe portare, per carenza di liquidità e di fronte di voci di spesa indifferibili, al default di imprese e di intere filiere produttive.

Apparentemente, dunque, una ripresa delle attività produttive, entro maggio-giugno, potrebbe risparmiare al Paese un avvitamento in una crisi senza precedenti, ma, bisogna considerare che una cessazione anticipata ed “ottimistica” del lockdown, con il virus ancora in circolazione, potrebbe portare
ad una seconda ondata epidemica dai costi umani ed economici incalcolabili.

L’interruzione della quarantena dovrà essere decisa sulla base di considerazioni meramente epidemiologiche anche perché la sconfitta definitiva
del virus è interesse vitale anche del sistema economico.

Per evitare la compromissione dei bilanci delle aziende, l’intervento pubblico è essenziale, ed il Governo ha annunciato, per aprile, un secondo stanziamento di 25 miliardi, dopo quello analogo di marzo, ma è di tutta evidenza che le ridotte possibilità di investimento dei singoli stati nazionali
sono del tutto insufficienti rispetto allo scopo – immenso – di evitare un collasso economico duraturo.

Anche lo studio in esame, ovviamente, concorda sul punto e delinea un piano di intervento da attuarsi in via d’urgenza: “un piano anti-ciclico straordinario, finanziato con risorse europee; interventi urgenti per il sostegno finanziario di tutte le imprese, piccole, medie e grandi; strumenti di moratoria e sospensione delle scadenze fiscali e finanziarie; un’operazione immediata di semplificazione amministrativa, per rendere subito effettiva l’azion di politica economica”.

Il punctum dolens, dunque, resta l’atteggiamento della Germania e degli altri “paesi del rifiuto” che non comprendono che il crollo dei soci latini della
UE comporterebbe non solo la dissoluzione della traballante alleanza, e della sua moneta, ma anche il crollo delle economie della nuova Lega Anseatica (la Francia è il secondo paese al mondo per importazioni dalla Germania).

E’ possibile che la Germania abbia messo in conto l’uscita dalla UE e dalla eurozona e forse questo potrebbe essere il segreto movente di scelte che appaiono irrazionali.

Non bisogna trascurare che Alternative für Deutschland (AfD), il partito che, da destra, sta erodendo il consenso elettorale della CDU, teorizza apertamente l’uscita dalla UE e dalla moneta unica, e, quindi, il nein della Cancelliera potrebbe non essere altro che un messaggio destinato ad un elettorato pericolosamente in libera uscita.

Un elettorato che del terrore per l’inflazione (ereditato dai bisnonni) e del “non un Pfennig per le cicale del Sud” fa i suoi capisaldi ideali.

Il problema potrebbe, dunque, appartenere alla sfera della politica interna tedesca e non a quello dell’economia (e del buon senso).

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