FAMILY ACT, AAA, RISORSE CERCASI

FAMILY ACT, AAA, RISORSE CERCASI

FAMILY ACT, AAA RISORSE CERCASI

Il Family Act altro non è che un disegno di legge, recante una serie di deleghe al Governo per l’adozione dell’assegno universale e l’introduzione di misure a sostegno della famiglia.

Quindi nessun decreto-legge, nessun DPCM a cui siamo abituati, nessuna misura urgente e immediatamente operativa a beneficio delle famiglie e sopratutto nessuna risorsa aggiuntiva rispetto all’esistente, posto che si utilizzano quelle già stanziate, asciugando i capitoli di spesa previsti nel bilancio dello Stato.

Il disegno di legge c’è, ma non è una priorità del Governo in quanto ove anche sortisse un iter parlamentare veloce, ed entrasse il vigore entro l’anno la prima parte della delega, rimarrebbero le deleghe da attuare che hanno tempo fino anche a 24 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, cioè si arriva a ridosso della fine della legislatura.

Al contrario una vera riforma a favore della natalità dovrebbe partire proprio dalla riscrittura del sistema fiscale, modellandolo sulle esigenze della famiglia.

Avendo peraltro il Governo adottato una riforma con un accattivante nome estero, avrebbe dovuto prendere a modello quei Paesi dove proprio la leva fiscale è alla base delle politiche a favore della famiglia.

In Inghilterra, Francia, Germania, Spagna e in tutti i Paesi occidentali che hanno un indice di natalità più alto di quello italiano (1,29), il reddito familiare viene tassato in misura più favorevole rispetto al sistema italiano dove, al contrario viene tassato l’individuo.

La tassazione agevolata della famiglia rispetto a quella del singolo si presenta in vari modi.

Ad esempio in Francia il quoziente familiare, per il quale il reddito tassabile viene diviso in quote, riducendo le imposte da pagare da parte delle famiglie.

In Germania è possibile optare per la tassazione congiunta o individuale, attraverso il sistema dello splitting, che riduce l’imposta sulle famiglie. Inoltre è previsto un articolato sistema di deduzioni per il mantenimento dei figli (2.394 euro) e per l’istruzione e la formazione (1.320 euro) che riducono ulteriormente il peso delle tasse a vantaggio dei nuclei familiari.

Anche in Spagna le famiglie possono scegliere di fare tassare il reddito dei coniugi e dei soggetti a carico con evidenti vantaggi fiscali, avendo a disposizioni un sistema di deduzioni per ogni figlio (2.400 il primo, 2.700 il secondo, 4.000 per il terzo, 4.500 per ogni figlio successivo).

È evidente la convenienza di questi sistemi fiscali rispetto al modello italiano vigente, ma anche nei confronti di quello ora adottato dal cd Family Act.

I dati della media UE vedono una spesa per la famiglia pari al 2,4% del PIL contro l’1,8% dell’Italia, ma con punte del 3,2% della spesa tedesca rispetto al proprio Prodotto interno lordo e del 2,5 dei cugini d’oltralpe.

Per rimanere all’Italia, la vecchia riforma Tremonti del 2001 (Governo Berlusconi, poi abolita dalla sinistra), prevedeva deduzioni pari a 3.450 euro per ogni figlio sotto i tre anni e di 2.900 per ogni figlio ulteriore, di 3.700 per il figlio disabile, 3.200 per il coniuge, 1.820 per le persone non autosufficienti in famiglia. Venti anni fa, esisteva un assegno pari a quasi il doppio di quello attuale e alle famiglie più povere si aggiungevano assegni familiari degli enti territoriali.

Qui, invece, le disposizioni aggiungono solo nuovi oneri alla società nel suo complesso – e in subordine all’INPS (il cui “sbilancio” per le varie misure di welfare attribuitegli supera largamente i 105 miliardi annui, oltre i normali compiti di previdenza) – al fine di favorire la famiglia, senza però aggiungere nuovi impegni di spesa dello Stato.

L’assegno universale è il perno del disegno di legge del Governo. Il Fondo che conterrà l“Assegno universale e servizi alla famiglia”, istituito dalla legge di bilancio del dicembre 2019, viene riempito attraverso la modifica di misure a sostegno delle famiglie e della genitorialità attualmente vigenti.

Tra le misure che andranno a donare risorse all’assegno universale ci sono: a) le detrazioni fiscali per minori a carico previste dal Testo Unico delle imposte sui redditi (8,2 mld); b) l’assegno per il nucleo familiare (5,9 mld); c) l’assegno al nucleo familiari con almeno 3 figli minori (400 mln); d) l’assegno di natalità (400 mln); e) il premio alla nascita (400 mln); f) il buono per il pagamento di rette relativi alla frequenza di asili nido e altri servizi per l’infanzia (200 mln); g) il fondo di sostegno alla natalità (13 mln). Inoltre 400 milioni nel 2021 e 1.000 mln nel 2022 dovrebbero già esserci (salvo verifiche), appostati nel Fondo istituito a dicembre.

Insomma, una serie di provvidenze già esistenti vengono riunite per un totale di circa 16 miliardi e redistribuite con un duplice criterio per attribuire l’assegno: una prima quota a tutti i figli (dal settimo mese in pancia al diciottesimo anno di vita), la parte ulteriore cresce attribuita in base alla diminuzione del valore ISEE. Per i figli disabili l’assegno prosegue anche oltre il diciottesimo anno.

Ma in questo modo è inevitabile che l’importo dell’assegno, sia mediamente molto basso, e sopratutto venga redistribuito in modo iniquo a vanificare proprio i buoni propositi del testo voluto dalla ministra Bonetti.

Poco meno di 500 mila nati ogni anno in Italia, con un trend in diminuzione da inizio anni 2000. In diciotto anni si contano comunque circa 9,5 milioni di bambini e ragazzi. La somma di tutte le provvidenze citate, 16 miliardi diviso 9,5 milioni fa mediamente 1.684 euro annui a figlio, 140 euro al mese, in media.

A pagare il conto di questa riforma sarà purtroppo il ceto medio – quello che non fa più figli e che, al contrario, andrebbe maggiormente agevolato – considerato che l’assegno è disegnato soprattutto per coprire le fasce più povere delle popolazione (cd incapienti fiscalmente, che non beneficiano delle detrazioni o deduzioni fiscali), visto che il meccanismo previsto per il calcolo aumenta l’assegno a questi soggetti, mantenendo però invariata la dotazione complessiva del fondo.

Va riconosciuto alla Ministra Bonetti un salto culturale rispetto a chi non considerando la famiglia prevede solo redditi di cittadinanza. Ma non è abbastanza, anche perché al momento non è nemmeno chiarito come coniugare reddito di cittadinanza e assegno.

Il ddl prevede inoltre uno o più decreti legislativi per l’istituzione ed il riordino delle misure di sostegno economico, per la razionalizzazione dei benefici fiscali per i figli a carico e per introdurre nuove misure agevolative.

Le famiglie andrebbero messe al centro dell’azione politica e sostenute tutte innanzitutto da una riforma fiscale allo scopo disegnata.

Le continue misure di questo governo di sinistra vedono nella redistribuzione della ricchezza – e degli assegni universali – l’unica pallida ragione di azione politica e legislativa.

Le misure di welfare, come gli ulteriori congedi retribuiti (pure lasciati ad ulteriori decreti legislativi), andranno verificati fattivamente con la realtà di milioni di aziende piccolissime, dove l’assenza di un papà o di una mamma potrebbe non essere funzionale all’economia di quella piccola attività.

Così come lo svolgimento del lavoro agile, che viene ora incoraggiato come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, può andare bene nelle pubbliche amministrazioni (ma a risentirne sarà comunque l’efficienza dei servizi), ma nel privato, una volta terminata l’emergenza Covid-19, sarà di più difficile applicabilità.

In alternativa alla fruizione del congedo straordinario andrebbe, invece, incentivato fiscalmente l’utilizzo dei servizi di baby-sitting e delle strutture che si prendono cura dei più piccoli.

La denatalità e la forte crisi demografica rappresentano un problema, cui l’assegno universale non riesce a dare una risposta, senza una serie di politiche che consentano ai giovani di confrontarsi con un mercato del lavoro che deve essere dinamico ed inclusivo e con politiche abitative favorevoli.

A tutte le donne, non solo alle dipendenti pubbliche o di grande aziende che dispongono di un welfare aziendale, che dopo il primo figlio spesso abbandonano il lavoro, vanno offerte alternative credibili, che solamente nell’assegno universale non ci sono.

Anche il part-time è una opzione non sempre possibile, alla quale un fisco più vicino potrebbe invece dare una soluzione. Serve quindi una rete di servizi assistenziali sul territorio ovvero la possibilità di dedurre o detrarre fiscalmente tutte le spese affrontate per gestire una famiglia.

Il disegno di legge, che pure vorrebbe incentivare il lavoro femminile, dimentica completamente le lavoratrici autonome e appare insufficiente la sola previsione dei due anni di aiuti per le start-up delle imprenditrici.

I giovani vanno aiutati innanzitutto attraverso proposte che ne salvaguardino la stabilità e il reddito. La de- contribuzione per chi assume un giovane a tempo indeterminato dovrebbe essere il punto di partenza di ogni politica per la famiglia, ma qui non c’è.

Due giovani decidono di mettersi insieme e fare famiglia se hanno delle certezze sulla sostenibilità del loro reddito e se, sulla base delle rispettive risorse, possono programmare di accedere a un mutuo per acquistare una casa.

Senza tornare all’impostazione originaria della tassazione sui redditi da lavoro – che prevedeva il cumulo dei redditi familiari al capofamiglia – va ripensato il sistema fiscale sul modello dell’unità familiare, con coperture robuste a valere sulle tante norme inopportune che incidono sul bilancio dello Stato.

Mentre le diverse norme del ddl Family Act, che pure a prima vista appaiono accattivanti, si scontrano con la previsione finale che immagina persino che i decreti legislativi attuativi debbano trovare compensazione finanziaria al proprio interno.

Cioè, una riforma importantissima, forse la più importante per disegnare la società del futuro, ma senza le risorse adeguate.

 

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